ESISTE UN BANCHIERE ONESTO? LA RANA DI FEDRO: ALLA FINE SCOPPIÒ

Riportiamo una riflessione dell'avv. Biagio Riccio pubblicata sulla propria pagina Facebook





Poniamoci un quesito: Esiste un banchiere per bene? Tale domanda nasce dalla “questione bancaria” così come è stata ritenuta dalla migliore stampa a seguito della messa in liquidazione delle banche venete e delle Risoluzioni di banca Etruria ed altre.

L’interrogativo è sorto dopo la lettura di un bel libro a firma di Fabio Innocenzi “Sabbie mobili. Esiste un banchiere perbene?”

Attualmente Fabio Innocenzi è amministratore delegato di UBS Italia ed è un noto banchiere italiano che ha ricoperto prestigiosi incarichi in molteplici istituti di credito.
Nel libro racconta la storia di un processo, quello all’Italease, che lo ha visto assolto dopo una lunga agonia processuale.

Mentre per gli altri è scattata la galera, per Innocenzi no. Ha scritto a pagina 401: “ogni tanto mi sembra di vivere fuori dal mondo. Sono l’unico a dare importanza a temi che per tutti gli altri sono poco rilevanti. Accuse come manipolazione di mercato, falso in bilancio, usura e le tante altre che colpiscono i banchieri sono terribili. Io le sento come un fardello pesantissimo. Il titolo di banchiere dovrebbe chiamare a sé valori come quello della fiducia. Come è possibile chiedere a famiglie ed imprese di concederti la loro fiducia se vieni accusata di averla dolosamente tradita”?
Marco Vitale, noto e mite studioso del diritto bancario, in un saggio apparso su Micomega monotematico e dal suggestivo titolo “solo l’eguaglianza ci può salvare” cita Luigi Einaudi, governatore della banca di Italia nell’aprile 1945.
In una relazione riferita all’esercizio 1943 affermò: “Le banche non sono fatte per pagare stipendi ai loro impiegati o per chiudere il loro bilancio con un saldo utile, ma devono raggiungere questi fini con il servire nel miglior modo il pubblico” (Micromega- Almanacco di Economia 4/2017 pag.171).

Non ci sono più Mattioli, Carli, Sarcinelli, Baffi, Ciampi.
Marco Vitale pone la inquietante riflessione che ha portato le banche ad una loro mutazione genetica, perché vi è un conflitto tra la visione classica del banchiere intermediario e quello del banchiere finanziere.

Il banchiere intermediario ormai non esiste più,perché è stato soppiantato dal banchiere finanziere che fa affari ed investimenti per sé con i soldi degli altri.
Marco Onado in un riuscito libro “Alla ricerca della banca perduta” ci ricorda che i prestiti all’economia hanno perso la maggioranza assoluta. Il totale dell’attivo, cioè il modo in cui le banche impiegano i fondi raccolti, si articola in tre grandi categorie: prestiti a famiglie e imprese; titoli; prestiti ad altre banche: meno di un terzo va in prestiti a famiglie e imprese; quasi un quarto in titoli e derivati, un terzo ad altre istituzioni finanziarie.
Le grandi banche globali, cioè quelle che si sono appropriate di tutta la crescita del sistema, hanno portafogli titoli e posizioni in derivati ben più consistenti. Dunque, la funzione di «pubblica utilità» non è il cuore del sistema bancario.

Sovviene una speculare pubblicazione di Giulio Tremonti Mundus Furiosus.
Oggi è la finanza a farla da padrona, sicut deus,potenza dominante capace di abrogare la Rule of Law il governo della legge con la legge, la base secolare della democrazia occidentale.
Due secoli fa è stato detto: «Sinceramente sono convinto che le potenze bancarie siano più pericolose che eserciti in campo» (Thomas Jefferson, 1816).

Non è così oggi, ma per certo è arrivato il tempo di mettere di nuovo lo Stato sopra la finanza e la finanza sotto lo Stato. E non l’opposto, come è ora. È arrivato il tempo per fissare un limite allo strapotere della finanza. Farlo, finalmente, vuole dire chiudere un ciclo ventennale di prevalenza contronatura dell’interesse particolare sull’interesse generale. Farlo vuol dire che il credito serve per lo sviluppo e non per la speculazione. Vuole dire separare «il grano dal loglio e dalla zizzania», separare il produttivo dallo speculativo, come è stato per secoli. Vuole dire, tra l’altro, cominciare a difendere e stabilizzare i bilanci pubblici. Nell’insieme vuole dire dare avvio a un sistema economico e sociale diverso dall’attuale, non solo più etico, ma anche più efficace di quel sistema monetarista che sta ora crollando e che purtroppo ci sta trascinando nella sua caduta, se non facciamo resistenza, se non reagiamo, se non cambiamo.

Quando la crisi del 1929 esce dal recinto di Wall Street ed entra nella vita delle famiglie, causando disoccupazione e disperazione (si leggano Uomini e topi e Furore di Steinbeck), il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America, Franklin D. Roosevelt, nella prima delle «conversazioni al caminetto» parla di attività bancarie condotte da banchieri «incompetenti e disonesti», che utilizzavano «fondi della gente» per «la speculazione e per prestiti non saggi», e conclude che è venuto il momento «per sistemare questa situazione e farlo il prima possibile».

È così che nel 1933 nasce il Glass-Steagall Act, basato sul principio di separazione della banca produttiva o essenziale, la banca che usa i risparmi raccolti solo per finanziare l’attività produttiva, e alla quale viene vietata l’attività speculativa. Principio che in seguito è stato disastrosamente abrogato prima, nel 1999, negli USA, poi, negli anni successivi, in Europa e nel resto del mondo.
La separazione è essenziale per rendere più sicura la nostra economia. E oggi, si aggiunge, per evitare che i rischi di esplosione che si verificano in una banca che è troppo grande per fallire siano pagati per salvarla dai risparmiatori o dai contribuenti, in un sistema che privatizza i profitti e che socializza le perdite speculative.
È dunque arrivato il tempo di riequilibrare il potere tra la finanza e gli Stati, tra la finanza, costituita nei suoi interessi, e la politica, deputata a rappresentare l’interesse generale della collettività.
I banchieri hanno erogato credito facile, senza valutare in modo adeguato il rischio, e venduto prodotti sul mercato e ai singoli risparmiatori, senza spiegarne, né talvolta capirne del tutto, la complessità. Perché l’hanno fatto? Perché questo era il modo più facile per ottenere gli alti rendimenti pretesi dagli azionisti.

“Fin quando la musica suona, bisogna ballare”, diceva nel 2007 Vikram Pandit, l’amministratore delegato di Citigroup, e gli altri annuivano. D’altra parte, chi non ballava, chi non sapeva cavalcare l’onda del credito facile, veniva mandato a casa, con la colpa di non essere all’altezza dei concorrenti.

I benefici di questa politica sono stati ampi e diffusi. Molte famiglie e imprese hanno ottenuto prestiti, che forse non si sarebbero potuti permettere, acquistando immobili o finanziando attività che non erano più competitive. Il sistema bancario ha continuato ad espandersi, erogando credito, generando utili, e garantendo remunerazioni elevate ai propri dirigenti.

È incredibile e scandaloso che i Ceo, i grandi manager bancari,portano a casa stock option che rappresentano il reddito per cinque generazioni, mentre i risparmiatori delle banche venete hanno perduto tutto.

Non esiste un banchiere onesto.
Lo ha detto con linguaggio rude Feltri pochi giorni fa su “Libero”: le banche possono pure fallire tranquillamente, anzi gli amministratori possono rubare come vogliono loro, tanto poi presentano il conto a Padoan e lui lo paga (Libero editoriale Per favore non aiutate le banche a spese nostre).
Non esistono più banchieri onesti e retti, sono come quei capitalisti disperati, perché ingordi.
Ma possono scoppiare, schiattare come la rana di Fedro.


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