BANCHE: COSA CAMBIA E COSA CAMBIERÀ PER IL MERCATO ITALIANO

Nei prossimi mesi il settore bancario italiano si avvierà verso una nuova fase di fusioni e di consolidamento patrimoniale, anche per via dei forti inviti provenienti dalle autorità di Vigilanza italiane ed europee. Nei prossimi anni il settore dovrà procedere a tappe forzate nella ristrutturazione delle modalità di gestione dei crediti e investire molto nella digitalizzazione, con riduzione dei costi legati alle filiali fisiche e l’aumento delle spese relative al trattamento dei dati personali. 

sdl centrostudi

Alla base della digitalizzazione del sistema bancario si trova l’aumento delle dimensioni degli istituti di credito, che consente di ridurre i costi totali dell’investimento stesso. Per fare ciò è necessario effettuare fusioni con altri istituti di credito, dato che i piccoli e medi operatori faticano a competere allo stello livello di Unicredit e Intesa San Paolo, proprio a causa delle differenti possibilità di investimento nelle tecnologie digitali. 

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A rallentare i tempi della partenza delle operazioni sono però emersi tre fattori nuovi, nelle scorse settimane. Il primo riguarda la regulation europea, con la Vigilanza Bce che attraverso l’addendum sugli Npl ha dimostrato di continuare a ritenere il tema dei crediti deteriorati come un elemento problematico per i ratio patrimoniali che, in caso di fusione, dovrebbero essere ulteriormente aumentati.

Il secondo elemento riguarda la sentenza della Costituzionale sulla riforma delle popolari che comporterà entro fine anno la trasformazione in Spa della Popolare di Sondrio, riaprendo i giochi del riassetto delle banche medie e, coinvolgendo gli assetti di Credito Valtellinese e Bper.

Il terzo e più decisivo fattore d’incertezza sul riassetto del sistema riguarda però Monte dei Paschi di Siena, che dal ritorno in Borsa ha perso oltre il 40% del valore e la quota dello Stato si è svalutata di oltre 3 miliardi. Un calo che si è accentuato dopo la presentazione a inizio febbraio del bilancio 2017, da cui è emerso un rallentamento dell’attività commerciale (con il calo di raccolta e impieghi) e un peggioramento della qualità del credito, in controtendenza con il resto del sistema. Il nuovo governo, come gestirà Mps? Il futuro Governo continuerà a farsi carico di un Mps nazionalizzato e in difficoltà? O avrà invece l’interesse a far emergere il prima possibile la perdita a carico dello Stato di oltre 3 miliardi, scaricandone la responsabilità sugli esecutivi precedenti?

Una eventuale fusione fra Mps e un'altra banca prima di vedere la luce prevede la soluzione di due grossi problemi: un’ingente ricapitalizzazione, richiesta dalla Bce, a chiunque si accinga a questa impresa. Il secondo problema è legato alla presenza dello Stato in Mps, che porterebbe, vista da Bruxelles, a una nazionalizzazione della banca «aggregante», più che a una privatizzazione di Mps. Le soluzioni ipotizzate dai consulenti finanziari sono sostanzialmente due: la conversione delle azioni dello Stato in titoli senza diritto di voto, oppure il conferimento del pacchetto pubblico a un trustee con mandato a vendere gradualmente la quota sul mercato. In entrambi i casi servirà un duro negoziato con Bruxelles, dall’esito non scontato.


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